Posted on 26 gennaio 2012 by Katia
Con l’utilizzo sempre più diffuso di internet si agevolano tantissime operazioni di vita quotidiana, ma allo stesso tempo, si moltiplicano anche le truffe online.
I raggiri fatti via internet e di solito tramite la posta elettronica, utilizzano alcuni raffinati trucchi psicologici per spingere la persona a fare cose che normalmente non farebbe, come per esempio, il dare soldi a sconosciuti e rivelare dati sensibili e password. Per evitare di incappare in una frode, la cosa piu’ importante è conoscerla, e quindi ecco alcune tra le più diffuse in rete. Tra le più frequenti, le “presunte” agevolazioni per trovare lavoro: la truffa consiste nel proporre un impiego su misura con frasi del tipo “il lavoro perfetto per te ti sta aspettando. Noi ti aiutiamo ad ottenerlo”. Così le vittime sono sempre spinte a pagare delle cifre, anche piuttosto alte, per avere accesso al posto di lavoro sognato. Che poi, naturalmente, non arriva. Oppure, per essere messi in lista d’attesa per il lavoro richiesto, ai malcapitati viene domandato di fornire i propri dati bancari con il pretesto ella raccolta delle informazioni personali necessarie all’assunzione. O ancora, il raggiro punta a convincere le vittime che lavorando da casa si possono avere guadagni migliori che in ufficio.
I criminali propongono, sotto pagamento, di insegnare i segreti per fare soldi online acquistando prodotti da rivendere a prezzo piu’ alto oppure invitano a diventare un mystery shopper ovvero, un acquirente fantasma pagato per testare la qualità delle merci e dei servizi delle aziende). I bersagli di queste truffe sono gli impiegati stanchi del lavoro d’ufficio: in molti casi, senza saperlo, diventano dei mediatori per la rivendita dei beni rubati. In altre parole, ricettatori. Alla fine, anzichè guadagnare denaro, si finisce con il perdere migliaia di euro in azioni legali contro i delinquenti. Un altro inganno diffuso riguarda poi sempre chi, tramite mail, vi manda inviti a provare gratuitamente dei prodotti o dei servizi. Il problema è che quando i clienti non vogliono perseguire nell’utilizzo delle merci offerte, il meccanismo diventa impossibile da cancellare, quindi fate molta attenzione!
Posted on 23 gennaio 2012 by Katia
Il 30% circa degli italiani in rete (circa 7,7 milioni di persone) già fa acquisti online.
Da un lato gli iperconvinti dell’ e-commerce, gli entusiasti, quelli che sanno con esattezza cosa vogliono e lo comperano esclusivamente online. Dall’altro ci sono gli incerti, che già hanno fatto qualche acquisto virtuale, ma il fenomeno ancora lo conoscono poco: per loro è un territorio ancora da esplorare. In mezzo si collocano i “bendisposti”, profili che possono essere catalogati gli e-shopper, ovvero quegli italiani che con maggiore o minore regolarità si rivolgono a un sito web per i loro acquisti. Queste categorie, utili ai marchi per capire come meglio comunicare in rete e soprattutto come farsi trovare, sono contenuti in una ricerca molto interessante svolta dalla media agency Mec in collaborazione con Groupm.
Dalla ricerca è emerso che il numero degli e-shopper nostrani non fa che crescere: nel 2011 sono aumentati del 28 per cento rispetto al 2010, dunque è utile studiarli e raccontarli nel dettaglio. Per la maggior parte, circa il 45 per cento del totale, sono superconvinti: lieve prevalenza degli uomini sulle donne, soprattutto adulti, con un livello di istruzione superiore alla media, hanno le idee davvero chiare. Per recepire informazioni visitano direttamente il sito dell’azienda che produce il prodotto che vogliono comprare o farsi arrivare direttamente a casa tramite i motori di ricerca. Per i brand, allora, è fondamentale essere immediatamente visibili su Google e affini. Poi ci sono i bendisposti circa il 25 per cento del totale, soprattutto uomini ancora, giovani adulti, laureati. Hanno pochi dubbi ma manca loro il consiglio finale per decidersi. E lo cercano proprio sul web, rivolgendosi a forum, blog specializzati o a strumenti che comparano i diversi prodotti. Perciò diventa cruciale per le aziende monitorare la rete, specie per controllare la loro reputazione. C’è anche la categoria degli scettici che però usano il web per informarsi e raccogliere opinioni a prescindere dall’acquisto.
Posted on 19 gennaio 2012 by Katia
All’offensiva della Guardia di finanza contro i siti di file illegali si affianca un’inversione di tendenza editoriale e culturale: è la fine del “free”. I contenuti di qualità si pagano.
E’ notizia risaputa che qualche tempo fa, 136 mila pirati fai da te, insospettabili italiani che scarica musica e film dal web consapevoli di violare la legge, sono rimasti al buio. La Guardia di finanza, infatti, ha chiuso in network Italianshare.net lasciando all’asciutto le migliaia di persone registrate al sito in cui si trovavano i link da cui scaricare oltre 31 mila opere coperte da copyright, fra cui film, libri e riviste, serie tv, cartoni animati, videogiochi, software, musica, ecc. Il sito era gestito da un nome famoso in rete: nickname “Tex Willer”.
Stessa sorte è capitata anche a tutti quelli che trovavano i link da cui scaricare contenuti pirata attraverso Angelmule.com, altro punto di riferimento dei download illegali. Tempi duri quindi per i cultori del free, del gratis a tutti i costi. Sia per i pirati,sia per chi il free lo ha terrorizzato.Sembra, infatti, che stia per tramontare quella che per il decennio passato è stata la filosofia dominante. Aspettarsi soldi per i contenuti accessibili dal web era da crumiri poco visionari. Basti pensare come il popolo del web nel 2000 bollò come avido Lars Ulrich, leader della rockband Metallica, per avere portato in tribunale Napsterm, il primo sito di filesharing. Ora la tendenza sembra essersi invertita. Non solo dal punto di vista della repressione messa in atto dalle forze dell’ordine, ma anche dalla cultura del business. Già lo scorso marzo, per esempio, il britannicco Times ha reintrodotto le news online a pagamento. Sulla home page del sito si vedono i titoli degli articoli, ma se si vuole leggere e quindi proseguire nella lettura bisogna abbonarsi.