Posted on 17 dicembre 2011 by Katia
Nel mondo del franchising non si possono certamente improvvisare le competenze e non basta un biglietto da visita con scritta una qualifica per fare un professionista.
Nel franchising infatti esistono figure chiave, ruoli imprescindibili per il successo della rete. Un esempio il responsabile del franchising o i cosiddetti Raf, responsabile area franchising. Sono coloro che gestiscono i rapporti tra affiliante e affiliati, persone qualificate con funzioni delicatissime. Nel mondo parallelo, quello del “frankenstein” italiano, invece, accade tutto. Succede che i ruoli li inventano dalla mattina alla sera. Giusto il tempo di stampare un nuovo biglietto da visita. Così, facenti funzioni non ben precisate, compaiono i direttori commerciali, gli area managers, i marketing managers, i whatiknow manager, gli account, i sales directors, i venditori seniors e juniors, i tutors, i capo area, i capomastri, ecc.
In realtà tutte queste figure spesso non sanno nemmeno cosa fare. Così s’impicciano di questo e di quello, s’azzuffano tra loro con gli affiliati, si sovrappongono e si scompongono, soprattutto quando c’è da prendersi una responsabilità. I piu’ simpatici sono quelli che stanno “sul territorio” a curare i rapporti con gli affiliati. Si smazzano centinaia di chilometri al giorno, da un affiliato all’altro. Si bevono un migliaio di caffè all’anno, almeno due per visita. Quello che hanno capito del loro lavoro è che devono ascoltare, sorridere e dare pacche sulle spalle. C’è chi per riuscire a resistere, si porta tre thermos di camomilla per pareggiare i caffè bevuti. Diciamo che alla fine il mezzo giusto è quello di fornire formazione, assistenza, supporto e consulenza agli affiliati in quanto si tratta di un mestiere che non s’inventa, ma si impara. Serve professionismo per passare finalmente al “frankenstein” senza regole e guide ben precise, al vero e proprio franchising con serietà, motivazione e quindi validi risultati per tutti.
Posted on 16 dicembre 2011 by Katia
Una generazione in crescita. Ricercatori, giornalisti, docenti, grafici, traduttori, programmatori, consulenti e molto altro. Si chiamano freelance o professionisti della conoscenza. Lavorano in proprio – quasi sempre da casa – e contano molto sulle nuove tecnologie. Non sono lavoratori dipendenti. Sono autonomi ma non appartengono alle cosidette professioni liberali, cioè quelle attività consolidate (avvocato, commercialista, architetto, ecc),regolamentate da un Ordine e con un albo a cui iscriversi. La Acta (Associazione consulenti terziario avanzato) ha formulato un manifesto per questa categoria. In effetti, cio’ ha portato ad una serie di equivoci di natura fiscale, primo fra tutti il pregiudizio dell’evasione. Un altro equivoco è quello che porta a considerare i titolari di Partiva Iva individuale alla stregua di vere imprese che, se da da un lato offre la possibilità di scaricare i costi di produzione, dall’altro determina maggiori oneri fiscali, Irpef compresa.
La confusione si conferma anche quando si parla di redditi. Quanto guadagna un lavoratore intellettuale freelance? Alla categoria appartengono tanto il conferenziere vip con costo orario a quattro o cinque zeri, quanto il giornalista “subafittato” da un service che svende i propri articoli a pochi euro. Il freelance non ha alcuna tutela. Non ha ferie e malattie pagate, non ha trattamenti di fine rapporto o cassa integrazione e spesso si trova a pagare a caro prezzo contributi previdenziali che probabilmente non gli torneranno. Per questo l’autono, a parità di prestazione di un lavoratore dipendente, dovrebbe richiedere un contributo molto piu’ alto. La prima differenza è quella di dare il giusto prezzo al proprio lavoro, la seconda difficoltà è invece farsi pagare in tempi accettabili. La capacità di promuoversi è un aspetto fondamentale dell’attività perchè, a differenza dei dipendenti, i freelance non hanno alcun contratto a garantir loro un flusso regolare di lavoro, e a differenza di chi pratica le professioni liberali non hanno alcun tesserino a certificare la loro idoneità a svolgere un compito.
Posted on 07 dicembre 2011 by Katia
E’ davvero tempo di risparmio, ecco perchè non sono poche le persone che decidono di affittare una stanza di casa anche se occorre fare molta attenzione al momento di stilare il contratto, il rischio infatti è di trovarsi un inquilino indesiderato per otto anni. Eppure questo è considerato anche un modo facile per rientrare un poco con le spese e, per qualcuno, anche una maniera per avere compagnia. Sono sicuramente diversi i motivi: la rata del mutuo sempre piu’ pesante, oppure la malinconia che coglie chi si trova a vivere da solo in una casa grande. Così affittare quella stanza in piu’ diventa la soluzione piu’ rapida per vincere il caro bollette e la solitudine. In gergo si chiamano contratti di locazione transitoria e possono essere la risposta adeguata alla flessibilità che coinvolge indirettamente anche i proprietari di casa, alle prese sempre piu’ frequentemente con affitti temporanei e brevi. Minimo di un mese, massimo 18 mesi. L’importante è non vincolarsi con un contratto 4+4 e riservarsi la possibilità di tornare a vivere da soli, senza troppi problemi, alla prima necessità. La normativa da applicare è la stessa che si una per le locazioni di unità immobiliari intere ma la breve durata di questo tipo di affitti si scontra con le incertezze della transitorietà.
Il punto debole di questi contratti è legato ai motivi della durata temporanea e laddove la necessità non è dimostrabile, in coso di contestazione da parte del coinquilino, questi contratti si possono tradursi automaticamente in uno sgradito 4+4. Insomma, il rischio è quello di trovarsi una camera occupata per piu’ tempo del previsto da una persona indesiderata. Dentro il contratto, previsto dalla legge 431 del 1998, vanno specificati i motivi della transitorietà allegando la documentazione come prova- un rapporto di lavoro a breve termine, un trasferimento di lavoro, un master da svolgere in proprio in quella città, ecc-. I motivi possono essere legati a necessità dell’inquilino oppure del proprietario. Se pero’ non vengono rispettate le condizioni pattuite, la controparte potrebbe opporsi per vie legali, chiedendo la trasformazione dell’affitto in un contratto tradizionale di quattro anni.