Secondo alcuni esperti sarebbero addirittura una cinquantina i contratti che regolano i rapporti fra dipendente e azienda. In realtà solo venti risultano essere fra i più usati. Che siano troppi infatti non c’è dubbio. In ogni caso, sono tutti d’accordo sul fatto che andrebbero ridotti drasticamente. La maggior parte di questi contratti sono chiamati “atipici” dalla giurisprudenza lavorativa, soprattutto per la riduzione dei diritti previdenziali rispetto a un impiego a tempo determinato e perchè hanno, in genere, una durata massima. Inoltre molti contratti dello stesso tipo possono essere applicati con modalità diverse a seconda che il datore di lavoro sia un’azienda privata oppure pubblica amministrazione. Ecco alcuni esempi:
Contratto a termine: è un contratto di lavoro subordinato al quale, per motivi tecnici, produttivi od organizzativi, viene posta una scadenza temporale.
Lavoro intermittente: il datore di lavoro ha il diritto a chiamare, in base alle sue esigenze, il lavoratore che può avere sottoscritto o meno l’obbligo di risposta.
Contratto di inserimento: vale per i giovani fra i 18 e i 32 anni e per quelli oltre i 50 anni: permette al datore di lavoro sgravi contributivi.
Contratto di somministrazione: l’impresa somministratrice, regolarmente autorizzata, fornisce ai clienti dei lavoratori, da lei stessa assunti a tempo determinato o indeterminato.
Lavoro a progetto: ha sostituito i cococo, un lavoratore viene assunto a termine ufficialmente per realizzare un progetto aziendale.
Lavoro occasionale: è un contratto di cocopro che ha una durata non superiore a 30g iorni in un anno, con uno stesso committente e che sia compensato con non più di 5 mila euro.
Lavoro accessorio: sono lavoratori prestati da persone a rischio di esclusione sociale, come i disoccupati da oltre 1 anno, le casalinghe, gli studenti, i disabili e i soggetti in comunità di recupero.
Part time: regola l’orario di lavoro di un contratto che può essere a tempo determinato o indeterminato.




