All’offensiva della Guardia di finanza contro i siti di file illegali si affianca un’inversione di tendenza editoriale e culturale: è la fine del “free”. I contenuti di qualità si pagano.
E’ notizia risaputa che qualche tempo fa, 136 mila pirati fai da te, insospettabili italiani che scarica musica e film dal web consapevoli di violare la legge, sono rimasti al buio. La Guardia di finanza, infatti, ha chiuso in network Italianshare.net lasciando all’asciutto le migliaia di persone registrate al sito in cui si trovavano i link da cui scaricare oltre 31 mila opere coperte da copyright, fra cui film, libri e riviste, serie tv, cartoni animati, videogiochi, software, musica, ecc. Il sito era gestito da un nome famoso in rete: nickname “Tex Willer”.
Stessa sorte è capitata anche a tutti quelli che trovavano i link da cui scaricare contenuti pirata attraverso Angelmule.com, altro punto di riferimento dei download illegali. Tempi duri quindi per i cultori del free, del gratis a tutti i costi. Sia per i pirati,sia per chi il free lo ha terrorizzato.Sembra, infatti, che stia per tramontare quella che per il decennio passato è stata la filosofia dominante. Aspettarsi soldi per i contenuti accessibili dal web era da crumiri poco visionari. Basti pensare come il popolo del web nel 2000 bollò come avido Lars Ulrich, leader della rockband Metallica, per avere portato in tribunale Napsterm, il primo sito di filesharing. Ora la tendenza sembra essersi invertita. Non solo dal punto di vista della repressione messa in atto dalle forze dell’ordine, ma anche dalla cultura del business. Già lo scorso marzo, per esempio, il britannicco Times ha reintrodotto le news online a pagamento. Sulla home page del sito si vedono i titoli degli articoli, ma se si vuole leggere e quindi proseguire nella lettura bisogna abbonarsi.




